Gita nella foresta di carta
Nome progetto: Papéri
Titolo album: NieddArburedU
Genere: Experimental/Atmospheric Black Metal/Ambient
Anno di pubblicazione: 2018
Oggi parlerò di un progetto alquanto singolare e inconsueto, non solo per me ma per tutto il panorama metal (non credo di esagerare).
Si tratta di un black metal sperimentale e atmosferico cantato in sardo con tematiche che spaziano dall'occultismo al folklore sardo, nonché alle località naturalistiche tipiche del Sud Sardegna.
La particolarità di questo progetto è che la batteria è completamente sostituita dai suoni della carta (fruscii, strappi, accartocciamenti e così via); per i non sardi, la parola papéri, in sardo, significa appunto carta.
La domanda che molti di voi che leggete queste righe si stanno ponendo è questa: come mi è saltato in mente di fare una cosa del genere?
Come la stragrande maggioranza delle mie idee, tutto è partito da un sogno che feci anni fa: mi trovavo ad un concerto black metal, osservavo il palco e notavo che c'era qualcosa di strano, ovvero che le chitarre c'erano, il basso c'era, addirittura c'erano le tastiere...MA LA BATTERIA MANCAVA!
I suoni percussivi, allora, come venivano realizzati? C'erano tre o quattro persone attorno a un microfono posizionato sul pavimento, le quali tenevano un lungo rotolo di carta (tipo poster) e, a ritmo, lo sbattevano a terra a distanza ravvicinata dal microfono.
Una persona che si trovava affianco a me mi domanda: "ma questo non è black metal?", e io gli rispondo: "appunto: papéri black metal". Da cui il nome dello stile di black metal da me medesimo coniato.
Parliamo dell'album: è un full length di 9 tracce in cui, come già accennato, la batteria è totalmente assente.
Nox Ritus Occultorum è la traccia di apertura: un tappeto percussivo di suoni cartacei, di tanto in tanto interrotti da un clarinetto, accompagna l'ascoltatore alle tracce che seguiranno.
Papéri è la title track e anche la canzone manifesto di questo stile. Composta moltissimi anni prima della sua pubblicazione (come la stragrande maggioranza delle tracce, fatta eccezione per Gutturu Mannu, Maidopis e Su monti de is Setti Fradis), essa conserva ancora la registrazione originaria degli anni che furono, ovvero un intermezzo melodico realizzato interamente con una vecchia tastiera midi che io, al tempo, riuscii miracolosamente a interfacciare alla DAW tramite l'uscita per le cuffie (non era pensata a questo scopo), saturando un bel po' il suono. Di quella primissima versione di Papéri non rimane più traccia (per fortuna), ma io riuscii a salvare la parte con le tastiere che mi serviva prima di perdere definitivamente la canzone.
Mazzinas segue l'attitudine grezza della traccia precedente, con interventi sporadici di una viola suonata da me. Piccola curiosità: il termine sardo mazzinas viene usato per indicare delle bamboline malefiche, simili a feticci voodoo, utilizzate per lanciare malefici a una persona particolarmente odiata. Nei tempi andati, la superstizione in Sardegna era molto diffusa, soprattutto nelle realtà molto piccole, e non era un caso se si facesse uso di questi "strumenti".
Gutturu Mannu (Sa diga) è un brano lento a tema naturalistico: fa riferimento alla Diga di Sant'Antonio, situata nella vallata di Gutturu Mannu (facente parte dei comuni di Assemini e Uta, provincia di Cagliari). Io stesso avevo fatto in passato visita a questo posto più di una volta, perciò alla fine decisi di dedicargli questa canzone; si potrebbe dire, alla fine della disamina di questo disco, che si tratti quasi di un concept album, ma ci arriveremo passo dopo passo.
Pantaleo (Is Zuddas), altra traccia a tema naturalistico, ma questa volta non si tratta di una traccia black metal, bensì di una traccia ambient dove pensanti synth stile Pink Floyd la fanno da padroni. La località che presta il nome a questa traccia si trova a Santadi, nel Sud Sardegna, e si tratta, appunto, delle grotte di Is Zuddas. Immaginatevi di organizzare tra di voi una gita per vedere queste grotte: una chitarra pulita, delle cicale e una fitta vegetazione mediterranea accompagnano il vostro avanzare verso l'antro oscuro delle grotte, una volta superato il quale viene ceduto il passo ai synth e a delle conformazioni rocciose modellate dall'acqua milioni di anni fa. Ecco, questa è l'atmosfera che ho cercato di ricreare con questo pezzo, spero di esserci riuscito.
Surbile; qui sarò prolisso, perché ritengo la mitologia della surbile molto interessante. La surbile è una creatura mitologica sarda e viene descritta come una vecchia strega-vampiro molto ghiotta di sangue dei neonati. Vuole la leggenda che tale surbile si confondesse tra la gente sotto le sembianze di una mosca e che aggirasse di notte per le strade dei paesi in cerca del sangue dei bambini non ancora battezzati battezzati, intrufolandosi attraverso le serrature delle porte grazie alla già menzionata capacità di trasformarsi in mosca. C'è chi sostiene che per contrastare la strega fosse necessario appoggiare un pettine dentato sopra la culla, cosicché la strega perdesse tempo a contare il numero dei denti del pettine fino a che non fosse sorto il sole. Altri, addirittura, sostenevano che facendo indossare al bambino un vestitino al rovescio potesse tenere lontana la strega, considerando la repulsione di quest'ultima verso tutto ciò che era all'incontrario.
Fatta questa lunga premessa, la traccia si tiene sullo stesso stile di quelle precedenti e qui torna a fare capolino il clarinetto già sentito nella traccia introduttiva (anche questo suonato da me).
Maidopis (Sa rocca de sa pipìa). Terza traccia a tema naturalistico, facente riferimento alla foresta di Riu Maidopis, sita in località Campuomu, nei comuni di Sinnai, Burcei e San Vito. In particolare, la canzone fa riferimento a una grossa roccia a cui è associata una leggenda che fa da concept al brano: si narra che, molti anni orsono, una ragazza ebbe una relazione amorosa illegittima dalla quale fu concepito un bambino. Per tenere nascosto suddetto bambino dai propri genitori, la ragazza fuggì e per molto tempo si rintanò nella foresta del fiume Maidopis. Improvvisamente, a causa di un forte temporale, una grossa roccia si staccò dalla montagna e si schiantò addosso alla ragazza, uccidendo lei e il bambino che portava in grembo.
Musca Macédda. Qui ritorniamo alla mitologia sarda, e in particolare a una creatura mitologica nota come musca macédda. Si tratta di un'enorme mosca, grande quanto la testa di un bue, che secondo la leggenda faceva da guardia a un tesoro nascosto in una grotta. Chiunque avesse avuto l'ardire di rubare il tesoro avrebbe fatto i conti con questo insetto mostruoso e col suo enorme pungiglione avvelenato. Si dice che nessuno abbia mai visto questa mosca e sia vissuto abbastanza a lungo per raccontarlo in giro.
La traccia conclusiva del disco, Su monti de is Setti Fradis, è una suite lunga 21 minuti (probabilmente il brano più lungo che io abbia mai composto). La ragione per una durata così importante è semplice: il Monte dei Sette Fratelli è una catena montuosa che divide il Campidano dal Sarrabus (due regioni della Sardegna meridionale) ed è chiamato così per i sette picchi da cui è composto. Per ogni picco avevo pensato a un tema musicale ed essendo sette, i picchi, il risultato è, appunto, una canzone della lunghezza di 21 minuti.
Terminata la spiegazione aritmetica, proseguo dicendo che questo non è un pezzo metal: è a tratti ambient, a tratti musica neoclassica con introduzione di strumenti classici, quali fiati (oboe, clarinetto e flauto) e archi, oltre a varie sperimentazioni con i synth.
Una volta pubblicato NieddArburedU, decisi a ragion veduta di chiudere definitivamente il progetto Papéri, data la palese difficoltà di ottenere un prodotto metal alla lunga decente non solo privandolo completamente della batteria, ma addirittura sostituendola con la carta.
Quindi, dopo questa, non sentirete più parlare di Papéri.
Forse.

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